Gli Stati Uniti hanno avviato contatti con la Libia e altri Paesi dell’Africa, dell’America Latina e dell’Europa orientale per individuare destinazioni alternative in cui trasferire migranti espulsi dal territorio statunitense ma che non possono essere rimpatriati direttamente nei loro Paesi di origine. Lo riferisce il quotidiano Wall Street Journal, citando fonti dell’amministrazione statunitense, secondo cui il governo guidato da Donald Trump sta esplorando intese bilaterali non necessariamente formali, ispirandosi all’accordo pilota raggiunto con Panama nel febbraio scorso, che ha portato al trasferimento di un gruppo di oltre 100 migranti, prevalentemente di origine mediorientale.
Secondo le stesse fonti, tra i Paesi contattati figurano anche Libia, Ruanda, Benin, Eswatini, Moldova, Mongolia e Kosovo. Gli Usa auspicano che questi Stati possano accettare il trasferimento dei migranti in cambio di contropartite di tipo economico o politico, nell’ambito di uno degli obiettivi prioritari del presidente Trump: aumentare in maniera decisa il numero dei rimpatri. Nel caso specifico della Libia, la proposta statunitense solleva interrogativi rilevanti dal punto di vista dei diritti umani e della gestione dei flussi migratori. L’ipotesi che la Libia possa fungere da Paese di destinazione temporanea o definitiva per migranti respinti dagli Stati Uniti si inserisce in un contesto già segnato da una forte pressione migratoria e da sistematiche denunce di violazioni, soprattutto nei centri di detenzione non ufficiali. Secondo i dati più recenti, in Libia si troverebbero oltre 3 milioni di migranti irregolari, molti dei quali impossibilitati a proseguire il proprio percorso migratorio verso l’Europa o a essere rimpatriati.
Il piano prevede che i Paesi ospitanti possano decidere autonomamente il destino delle persone accolte: dalla possibilità di richiedere asilo all’espulsione verso altri Paesi terzi. Come sottolineato da Wall Street Journal, la proposta rappresenta un tentativo dell’amministrazione Usa di sbloccare le procedure di rimpatrio, che spesso si arenano a causa del rifiuto o della lentezza dei Paesi d’origine nell’accettare i propri cittadini. A guidare l’iniziativa è Stephen Miller, vicecapo dello staff della Casa Bianca e figura chiave della linea dura in materia di immigrazione. Miller sta cercando di replicare modelli già sperimentati da altri Paesi occidentali, come l’accordo tra Regno Unito e Ruanda del 2022, che però non ha dato i risultati attesi ed è stato successivamente accantonato.
Secondo la stampa statunitense, il governo di Washington ha già avviato negoziati avanzati con Honduras e Costa Rica per stabilire accordi di più lungo termine, che designino questi Paesi come “Paesi sicuri” in cui i migranti possano richiedere asilo, evitando di giungere sul territorio statunitense. Questi modelli, in parte già tentati sotto la precedente amministrazione Trump, erano stati sospesi con l’emergenza Covid-19 ma oggi sono nuovamente al centro della strategia statunitense. Un portavoce del mimistero degli Esteri Usa ha confermato che «l’applicazione delle leggi sull’immigrazione è fondamentale per la sicurezza nazionale e pubblica degli Stati Uniti» e che la collaborazione tra il ministero degli Interni continua per implementare le politiche migratorie dell’amministrazione in carica. Tuttavia, né la Casa Bianca né gli Interni hanno commentato i dettagli relativi alla Libia o agli altri Paesi coinvolti.
Nel contesto libico, l’ipotesi di un’intesa con Washington si colloca in un momento delicato. Il Paese è ancora diviso tra due governi rivali, con istituzioni frammentate e capacità amministrative limitate. Inoltre, la questione migratoria rappresenta un tema sensibile per la società libica, sia per motivi economici che per tensioni demografiche e culturali. Le autorità libiche non hanno finora commentato pubblicamente l’iniziativa, ma secondo fonti locali citate dal quotidiano libico Sada, vi sarebbero stati contatti preliminari tra funzionari statunitensi e interlocutori libici.
La vicenda si inserisce anche in un quadro più ampio di frizione diplomatica tra Stati Uniti e altri attori regionali e internazionali, alcuni dei quali potrebbero non vedere di buon occhio un ulteriore coinvolgimento della Libia in iniziative di contenimento dei flussi migratori. In passato, progetti analoghi sono stati fortemente criticati da organizzazioni internazionali e dalla società civile, che li hanno definiti «esternalizzazione della responsabilità» da parte dei Paesi sviluppati. Infine, resta aperta la questione del rispetto degli standard minimi di sicurezza e tutela giuridica per i migranti coinvolti. Sebbene l’amministrazione Trump sostenga che il trasferimento avverrebbe nel rispetto del diritto internazionale, la Libia non offre attualmente le garanzie necessarie per un’effettiva protezione dei diritti dei migranti.