Le microplastiche, alcune delle quali associate a gravi effetti sulla salute, sono state rinvenute in ogni placenta umana analizzata nell’ambito di uno studio recente. I risultati sollevano nuove preoccupazioni sulla diffusione invisibile ma pervasiva dell’inquinamento da plastica nel corpo umano, sin dalla gestazione.
MICROPLASTICHE NELLA PLACENTA: RISULTATI ALLARMANTI
Pubblicato il 17 febbraio 2024 sulla rivista Toxicological Sciences, lo studio sottoposto a revisione paritaria ha esaminato 62 placente umane, rilevando microplastiche in ogni singolo campione, con concentrazioni comprese tra 6,5 e 790 microgrammi per grammo di tessuto. Le analisi hanno identificato il polietilene come il polimero più diffuso, presente nel 54% dei casi, seguito da cloruro di polivinile (Pvc) e nylon, entrambi attorno al 10%.
Il polietilene è stato associato ad asma, disturbi ormonali legati alla fertilità e irritazioni cutanee. Il Pvc, riconosciuto come cancerogeno, può provocare danni al fegato e al sistema riproduttivo. Il nylon, pur ritenuto relativamente sicuro nella sua forma base, può diventare nocivo a causa dei trattamenti chimici subiti durante la produzione. Il restante 26% delle microplastiche era composto da altri nove tipi di polimeri.
Matthew Campen, professore di Scienze Farmaceutiche all’Università del New Mexico e coordinatore della ricerca, ha sottolineato la capacità delle microplastiche di penetrare le membrane cellulari. Ha definito “inquietante” il livello di contaminazione riscontrato in un tessuto così giovane come la placenta, formatosi solo otto mesi prima dell’analisi. L’accumulo di queste sostanze nei tessuti umani potrebbe contribuire all’aumento di patologie come il cancro al colon in soggetti sotto i 50 anni, malattie infiammatorie intestinali e riduzione della fertilità maschile.
«Sta semplicemente peggiorando e la tendenza è che raddoppierà ogni 10-15 anni – spiega il professore – Anche se l’inquinamento si fermasse oggi, entro il 2050 avremmo tre volte più plastica nell’ambiente rispetto a oggi. Ma non si fermerà». Il ricercatore ha inoltre osservato che, se la placenta è già colpita, anche gli altri mammiferi potrebbero essere esposti a effetti simili.
EFFETTI E DIFFUSIONE DELLE MICROPLASTICHE
La presenza di microplastiche nella placenta era già stata documentata nel 2020 da uno studio italiano, che aveva rilevato 12 frammenti in quattro delle sei placente analizzate. Tali frammenti erano distribuiti in tutte le sezioni della placenta: materna, fetale e nelle membrane amnio-coriali. Le microplastiche trasportano sostanze che, agendo come interferenti endocrini, potrebbero causare effetti a lungo termine sulla salute umana.
Dal 2022 sono emerse ulteriori evidenze: microplastiche sono state trovate nei polmoni di persone vive, nei principali alimenti proteici (carne, pesce e alternative vegetali) e persino nel latte materno. In quest’ultimo caso, i ricercatori hanno definito la scoperta «molto preoccupante», segnalando il rischio di trasmissione di sostanze tossiche dai prodotti consumati dalle madri ai neonati.
Diversi studi condotti su modelli animali confermano i timori. Un’esposizione di tre settimane nei topi ha generato alterazioni comportamentali e nei marcatori immunitari di fegato e cervello. In un altro esperimento, le particelle hanno raggiunto il cervello degli animali già due ore dopo l’esposizione. Ulteriori ricerche hanno evidenziato impatti su infiammazione, attività cardiovascolare e sistema endocrino.
L’espansione dell’uso della plastica dagli anni ’50 ha prodotto circa una tonnellata metrica di rifiuti per ogni abitante del pianeta. Oggi, un terzo della plastica è ancora in uso, mentre il resto si accumula nelle discariche e si degrada lentamente in microplastiche. «L’emivita di molte plastiche può arrivare fino a 300 anni. Le microplastiche che oggi troviamo nell’ambiente potrebbero risalire a 40 o 50 anni fa», spiega il professor Campen.
La scoperta della presenza ubiquitaria di microplastiche nella placenta solleva interrogativi urgenti sulla loro influenza sulla salute umana e sull’ecosistema. Gli studiosi concordano sulla necessità di intensificare gli sforzi scientifici per comprendere i meccanismi di accumulo, gli effetti tossici e le modalità per ridurre l’esposizione, soprattutto durante fasi critiche come la gravidanza e l’allattamento.
Alla luce di quello che si sa attualmente, il problema delle microplastiche è un’emergenza sanitaria globale e ambientale da affrontare al più presto.