Due mesi dopo l’inizio del suo secondo mandato, il presidente Donald Trump è stato accusato da alcuni politici occidentali di aver abbandonato gli alleati storici di Washington a causa della sua posizione sulla guerra in Ucraina. Ma non c’è bisogno di andare troppo indietro nel passato per notare che un simile atto ingiustificato di allontanamento si era già verificato in Europa continentale.
Nel 1988, l’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher, parlando al College of Europe di Bruges, in Belgio, consigliava così al suo pubblico: «Dobbiamo sforzarci di mantenere l’impegno degli Stati Uniti nella difesa dell’Europa. E questo implica riconoscere l’onere che il loro ruolo mondiale impone sulle loro risorse, e la convinzione che gli alleati debbano farsi carico della difesa della libertà, soprattutto ora che l’Europa ha raggiunto una maggiore prosperità.
Purtroppo, le parole misurate della Lady di Ferro caddero nel vuoto.
Undici anni dopo, il tono della Thatcher era mutato, trasformandosi in amarezza, quando in una conferenza del Partito Conservatore a Blackpool aveva dichiarato: «Nel corso della mia vita, tutti i problemi sono giunti dall’Europa continentale, mentre tutte le soluzioni dai Paesi anglofoni del mondo».
Tra Bruges e Blackpool, la Thatcher è passata dall’essere una sostenitrice trentennale dell’integrazione europea a una fiera oppositrice. Ha denunciato il malessere britannico — un termine coniato dal politico conservatore e storico Sir Ian Gilmour nel suo libro The Body Politic del 1969 — per descrivere la stagnazione economica, il declino sociale e il senso di impotenza e sfiducia che sembrava permeare la società britannica.
Thatcher aborriva lo stato assistenziale europeo, criticava il sindacalismo e detestava il potere esercitato dai burocrati non eletti di Bruxelles, che nel corso degli anni Novanta avevano praticamente dimenticato la Nato, nonostante la crescente ricchezza dell’Europa. Ha vinto la sua battaglia postuma nel 2020, con la Brexit.
Da allora, quasi per inerzia, il Regno Unito ha lasciato l’Europa e ha stretto alleanze nell’Indo-Pacifico, una regione storicamente familiare. Ha firmato accordi bilaterali di libero scambio con Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda es ta negoziando nuovi trattati con Stati Uniti e India. Recentemente, il Regno Unito è diventato membro del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership. Il nuovo governo laburista non ha cercato di invertire la rotta.
Gli Stati Uniti seguono una traiettoria simile. Trump rifiuta il grande governo e le agenzie multinazionali burocratiche. Come la Thatcher quasi quarant’anni fa — ma con molta più veemenza — ha criticato gli altri Paesi della Nato per i loro scarsi investimenti nella difesa, un rimprovero ricorrente da parte dei presidenti americani, in particolare Dwight Eisenhower e Ronald Reagan.
I collaboratori di Trump non hanno esitato a criticare apertamente alcuni Paesi europei per aver abbandonato i valori occidentali fondamentali, come la libertà di parola, l’abolizione delle frontiere sicure e l’ingresso di criminali e jihadisti fanatici che scatenano attacchi terroristici contro cittadini innocenti. Trump pensa che tutto ciò stia accadendo anche negli Stati Uniti.
La guerra Russia-Ucraina ha creato fratture tra Trump e altri membri della Nato. Trump vuole porre fine al conflitto per permettere a Washington di «voltare pagina» verso l’Indo-Pacifico e affrontare la minaccia crescente della Cina comunista, che il presidente, fin dal suo primo mandato, ha giustamente considerato l’avversario principale degli Stati Uniti.
Così, quasi contemporaneamente, le due maggiori nazioni anglofone, Stati Uniti e Regno Unito, si stanno districando dai legami europei per tendere la mano verso l’Asia. Questo abbandono dell’Europa a favore l’Asia chiude un cerchio rispetto a quando il riformista giapponese nel 1885, Fukuzawa Yukichi, predicava l’opposto, «lasciare l’Asia per entrare in Europa», in circostanze ben diverse.
Se l’arrivo del commodoro statunitense Matthew Perry nel Giappone dei Tokugawa nel 1853 e la Seconda Guerra Mondiale hanno segnato il primo e il secondo arrivo storico dell’America in Asia, allora il pivot di Trump potrebbe rappresentare il terzo. Potrebbe contribuire enormemente alla prosperità nell’Indo-Pacifico al di fuori della Cina, per due motivi. Primo, mentre prosegue il disaccoppiamento tra Stati Uniti e Cina, i capitali americani che lasceranno la Cina affluiranno nelle altre economie dell’Indo-Pacifico. Secondo, quando la maggiore potenza militare americana, combinata con l’aumento della spesa per la difesa e le capacità dei Paesi dell’Est asiatico, si concretizzerà sotto la pressione di Trump, verrà impiegata per contenere il regime cinese e favorire una maggiore stabilità regionale, portando con sé nuovi investimenti.
Che dire dell’Europa, che Stati Uniti – e probabilmente anche il Regno Unito – stanno lasciando indietro? Se la caverà, ma in un modo contro-intuitivo.
Ecco lo scenario: Trump 2.0 continuerà a spronare l’Europa a finanziare la propria difesa, a costo di sacrificare l’assistenzialismo, le politiche climatiche e le frontiere aperte, anche se questo danneggerà i rapporti transatlantici. Trump sarà oggetto di aspre critiche in questo processo.
Ad esempio, un recente articolo della Bbc ha accusato il presidente degli Stati Uniti di «far saltare l’ordine mondiale». Ma si tratta di puro eurocentrismo, perché Trump sta solo ridefinendo il rapporto di Washington con l’Europa. E l’Europa non è tutto il mondo.
In realtà, ci sono segnali positivi che l’Europa stia reagendo a Trump in modo sano: il nuovo leader tedesco, ad esempio, ha deciso che la Germania debba investire massicciamente per potenziare il suo esercito, anche se ciò comporterà tagli al welfare e rivedere il suo modello di crescita.
Quando l’Europa sarà di nuovo forte e solida, Trump avrà lasciato la scena e i suoi successori potranno ricucire i rapporti senza ostacoli. A quel punto, il mondo sarà ancora essenzialmente bipolare: il campo delle società aperte contro quello dei regimi autoritari o peggio.
Due saranno i principali teatri di scontro tra i due campi. Il primo sarà l’Asia, dove gli Stati Uniti – liberati dal peso europeo – con una qualche alleanza con Giappone, Taiwan, Corea del Sud e Australia affronteranno il regime cinese. La potenza più grande al mondo cercherà di respingere e contenere la più pericolosa. Il secondo sarà l’Europa, dove un’Unione Europea riformata e potenziata affronterà la Russia. Una potenza di secondo ordine cercherà di tenere sotto controllo una potenza di terzo ordine. Sarà una configurazione del conflitto molto più razionale, e una divisione del lavoro più gestibile per l’Occidente, rispetto a ora.
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