I dazi imposti dagli Stati Uniti avranno un impatto massiccio sulle aziende italiane, dice il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, sottolineando la necessità di un negoziato tra l’Europa e il presidente Trump per scongiurare un’escalation che potrebbe provocare una guerra commerciale vera e propria.
«Dovremo valutare con grande attenzione gli effetti dei dazi che saranno annunciati da Trump. C’è un rischio concreto per l’Italia, il nostro Centro Studi sta quantificando l’impatto, che sarà significativo» ha dichiarato Orsini in un’intervista rilasciata a La Stampa.
Orsini ha aggiunto che i settori più esposti al nuovo regime commerciale saranno quelli con una forte vocazione all’export, come l’industria farmaceutica, il comparto della moda e l’agroalimentare, oltre alla produzione di macchinari industriali. Da un lato, Orsini teme che un inasprimento dello scontro tra Europa e Stati Uniti possa avvantaggiare la Cina, dall’altro auspica che Bruxelles mantenga un fronte compatto nei confronti di Washington.
Per contrastare gli effetti dei dazi, poi, il leader degli industriali invoca un taglio dei tassi d’interesse da parte della Banca Centrale Europea, nuovi accordi commerciali con Paesi come Messico, India, Giappone e Thailandia e un rafforzamento del mercato unico europeo.
Orsini spera anche che gli imprenditori italiani non delocalizzino la produzione in risposta alle nuove misure protezionistiche, e mette in guardia sul fatto che i dazi sui prodotti europei potrebbero penalizzare le aziende europee e i loro lavoratori. Orsini poi chiede, naturalmente, una risposta decisa da parte di Bruxelles.
Ma vale la pena notare che le imprese italiane delocalizzano già da trent’anni a questa parte anche senza i dazi; anzi, operando in un mercato globale aperto e privo di barriere, che ha trasformato nella “fabbrica del mondo” la Cina, dove chi delocalizza può approfittare di costi molto bassi, sia per la quasi assenza di normative ambientali, sia per il costo del lavoro irrisorio, determinato dal fatto che nella dittatura comunista cinese, specialmente nello Xinjiang, si fa largo uso di sfruttamento di manodopera e persino di lavoro schiavista.