Bollire l’acqua elimina fino al 90% delle microplastiche

di Redazione ETI/A.C. Dahnke
3 Aprile 2025 16:14 Aggiornato: 3 Aprile 2025 16:14

Far bollire l’acqua del rubinetto non serve solo a eliminare i patogeni nocivi, ma anche a ridurre la presenza di contaminanti come microplastiche e sostanze chimiche, rendendola più sicura per il consumo.

Uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology Letters ha rilevato che cinque minuti di ebollizione possono eliminare fino al 90% delle microplastiche presenti nell’acqua di rubinetto. I ricercatori dell’Università Medica di Guangzhou e del Centro per gli Studi sulle Microplastiche Ambientali in Cina consigliano di utilizzare bollitori elettrici non in plastica per rimuovere impurità come polistirene, polietilene e polipropilene.

L’ebollizione dell’acqua è un metodo di purificazione utilizzato da secoli in alcuni Paesi asiatici. «Questa semplice strategia può “decontaminare” le nano- e microplastiche presenti nell’acqua domestica e ridurre l’assunzione di questi contaminanti attraverso il consumo quotidiano», spiegano i ricercatori.

L’ACQUA DURA INTRAPPOLA PIÙ MICROPLASTICHE

L’acqua con elevata durezza e alcalinità tende a formare incrostazioni minerali insolubili, come il carbonato di calcio, durante l’ebollizione. I ricercatori ipotizzano che, cristallizzandosi, il carbonato di calcio inglobi le nanoplastiche, trasformandole in quella crosta friabile che si deposita sul fondo dei bollitori.

I test hanno dimostrato che, in presenza di 300 mg/L di carbonato di calcio, la riduzione di nano- e microplastiche raggiunge quasi il 90%, mentre con 80 mg/L si attesta all’84%. Anche nell’acqua dolce, con meno di 60 mg/L di carbonato di calcio, l’ebollizione ha comunque eliminato oltre il 25% delle particelle plastiche.

LA DIFFUSIONE DELLE MICROPLASTICHE

L’uso massiccio della plastica ha portato alla contaminazione diffusa di micro e nanoplastiche nelle acque sotterranee e superficiali a livello globale. Queste particelle sono state rinvenute ovunque, dall’Artico all’Antartide, sulla cima dell’Everest e nelle profondità della Fossa delle Marianne. La plastica rappresenta la quota maggiore dei rifiuti marini e, secondo uno studio del 2020 pubblicato su Science of the Total Environment, nel 2017 oltre 8 milioni di tonnellate di plastica sono finite negli oceani, un dato oltre 33 volte superiore rispetto al 2015.

Con la degradazione della plastica, si liberano nell’ambiente frammenti microscopici: le microplastiche, di dimensioni inferiori ai 5 millimetri, possono disgregarsi ulteriormente in nanoplastiche, fino a un micrometro, rendendole quasi invisibili. Studi hanno individuato queste particelle in acqua, aria, suolo, alimenti e persino nel sale da cucina.

Gli effetti delle nano- e microplastiche sulla salute umana non sono ancora del tutto chiari, ma alcune ricerche suggeriscono che il loro accumulo nel corpo possa essere correlato a disturbi metabolici, danni al Dna, problemi immunitari, neurotossicità e alterazioni della fertilità.

UN RIMEDIO SEMPLICE PER RIDURRE L’ESPOSIZIONE

Sebbene lo studio si sia concentrato su tre tipi di nanoparticelle, i risultati rappresentano una buona notizia per la salute pubblica. Secondo le stime dei ricercatori, chi fa bollire l’acqua ingerisce da due a cinque volte meno nanoplastiche rispetto a chi consuma acqua non trattata.

«Bere acqua bollita sembra essere una strategia efficace a lungo termine per ridurre l’esposizione globale alle nano e microplastiche», spiegano i ricercatori. Questo metodo potrebbe rivelarsi più sicuro del consumo di acqua in bottiglia, specialmente se confezionata in plastica: una sola bottiglia da un litro può contenere in media 240 mila particelle di nanoplastiche.

 

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